Il #ModenaPark: non quello di Vasco, quello di Modena

Ne hanno già parlato tutti, è stato detto tutto e il contrario di tutto, ci sono già stati i complimenti, le critiche, tutto quello che si può immaginare e anche di più.
Però io da modenese che abita a 4 km dal parco Ferrari non posso non dedicare un post a un evento che, piaccia o non piaccia, è entrato nella storia. Per cui ora, piaccia o non piaccia, vi puppate il mio post su #ModenaPark.

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The #RunningLumaca @ Run 5.30

Non ero sicurissima di voler scrivere questo post perché non mi va di ammorbare troppo con questo argomento (e poi il post che dovevo pubblicare adesso sarebbe stato un altro), però alla fine ho deciso lo stesso di scriverlo perché alla fine dei conti è stato un evento abbastanza unico (finora) per me, e penso valga la pena di essere ricordato, più che altro per il futuro. Un giorno guarderò indietro e dirò “Ehh ma guarda che ho fatto il primo giugno 2017…!”
Quindi, che ho fatto il primo giugno 2017?
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Esentami stocazzo

Ecco, così a prima vista può sembrare che abbia messo un titolo volgarotto… E invece no, è solo la logica conclusione all’ennesima avventura con la sanità pubblica (e chi mi conosce o mi legge da un po’ sa QUANTO la amo e che bel rapporto abbiamo), infatti vedrete che dopo aver letto il post sarete d’accordo con me che altro titolo non ci poteva essere.
Comunque, il problema è che per quanto io cerchi di aver a che fare il meno possibile con l’ASL, l’USL, il SAUB, il CUP, il CIP e tutta la compagnia bella, durante la gravidanza (e ahimè specialmente con questo tipo di gravidanza) evitarlo è praticamente impossibile, non fosse altro che ogni 15 giorni devo fare le analisi del sangue, ma questo sarebbe anche il meno.
Ho dovuto riprendere in mano un argomento molto spinoso per me, che ho ignorato il più possibile prima, ma ora è critico per cui mi tocca starci dietro e pure parecchio: argomento tiroide. Anzi no, la mia tiroide (o quel che ne resta) va bene, il tasto dolente è la faccenda endocrinologo. Per farla breve sono stata seguita per 15 anni da una terrorista despota brutta e cattivissima, per provare a evitarla mi sono trovata anche a pagare con un rene una visita di 15 minuti con un sedicente luminare di Reggio Emilia che era pure più antipatico (e incompetente) di quella di prima.
Quindi prima di iniziare il percorso gravidanza mi sono accertata di andare in un posto dove di questa stronza dottoressa non ci fosse nemmeno l’ombra.
Ci sono riuscita, la mia nuova endocrinologa è una signora vintage dolcissima, brava, tranquilla, preparata, piena di anelli e collane enormi e scrive sulla tastiera usando solo il dito indice della mano destra e quando firma i referti lo fa in corsivo con anche le maiuscole corsive come insegnano a scuola, tutte belle tonde e ricciolose. In più mi riceve a Salvarola, che per chi non lo sapesse è uno stabilimento termale sulle colline di Sassuolo dove io ho passato la mia infanzia e ogni volta che ci torno mi sento un po’ a casa e mi rilassa tanto.
Bene, questa dolce dottoressa si è stupita molto quando le ho detto che la mia esenzione del ticket per le visite e gli esami alla tiroide è scaduta eoni fa, e non l’ho mai rinnovata. Sono stata operata a 14 anni e per tutta la vita farò controlli per la tiroide, quindi secondo lei è più che normale che io non debba pagare queste visite e nemmeno gli esami del sangue.
Allora le ho detto che aveva perfettamente ragione, ma le ho spiegato che l’iter per riavere l’esenzione sembrava una barzelletta, dovevo andare dalla simpaticona di cui sopra, poi con un suo documento firmato dove spiegava che avevo diritto all’esenzione dovevo presentarmi dal medico funzionario dell’ospedale che riceveva il venerdì mattina dalle 10.45 alle 11.00. Cioè.
Al chè mi ero detta che per quell’esame che facevo una volta all’anno potevo spendere i 18 euro del ticket che facevo prima. Lei invece si è impuntata e mi ha fatto un certificato dicendomi che NO, io devo avere l’esenzione e faremo di tutto per averla, oh! Quindi con il suo certificato sono andata al famoso SAUB per provare ad avere la mia esenzione. Quindi vai al policlinico, portaci pure mia nonna che già che ci siamo doveva andare al CUP, fai 2 chilometri a piedi nel parcheggio (un piacere con il cocomero che mi porto in giro ultimamente), vai al SAUB, prendi il numero, aspetta in piedi, e poi entra nello stanzino dove ti riceve l’impiegato più scoglionato del mondo, che per fortuna quando vede il pancione si ammorbidisce un pochino.
Mi lascia lì da sola e se ne va col mio prezioso certificato. Torna dopo due minuti e scuote la testa: eh mi spiace signora, ma non la possiamo accettare. Uh ma toh, che sorpresona. E come mai? Eh perchè è vero che lei ha prenotato da questo medico tramite la mutua, ma purtroppo la prestazione è stata fatta presso un istituto privato, Salvarola.
Sì ma scusi, sul foglio c’è scritto chiaramente Prestazione eseguita per conto dell’AUSL Modena. Eh ha ragione signora, ma purtroppo la struttura è privata, non possiamo accettarlo. Deve farsi fare questo certificato presso una struttura pubblica e poi tornare. Ah e nel mentre deve fare anche il cambio di residenza, perchè lei risulta ancora residente a San Cesario e quindi non dovrebbe nemmeno venire qui ma andare nella sua ASL di competenza. Grazie, arrivederci.

Andare a fare il certificato in una struttura pubblica vuol dire andare dalla mia dottoressa, farsi fare l’impegnativa, andare in farmacia a prendere appuntamento probabilmente tra 8 anni, visti i tempi, per poi torvarmi di fronte di nuovo la stronza la mia vecchia endocrinologa che mi tratterà sicuramente di merda e mi chiederà dove sono sparita negli ultimi 6, 7 anni. E poi tornare al SAUB ecc ecc.
Ecco, e qui torniamo al titolo del post. Ho deciso che pago i miei 18 euro al mese fino alla fine della gravidanza e poi una volta all’anno, fortunatamente non saranno quelli a mandarmi in miseria. Ma mi aiuteranno quantomeno a preservare la mia salute mentale.

I giorni più lunghi

E’ un po’ che ho questo post in canna, ma non ero ancora pronta per scriverlo. O meglio, le occasioni ci sono state ma poi sono cambiate, tornate uguali, cambiate ancora, e poi ancora, e ..
Vabbè, ci siamo capiti. Vi avevo già parlato del terremoto, come tutti del resto. Il fatto è che speravo di poter fare un bel post a posteriori (e scusate il gioco di parole), comunque a freddo e una volta che fosse tutto passato.
Il problema però è che qui non passa mai, non siamo ancora al “dopo”, siamo ancora (o perlomeno io mi ci sento) nel “durante”.
Però vi voglio raccontare lo stesso cosa è successo, che poi in realtà più che raccontarlo a qualcuno serve a me, perchè lo voglio ricordare, al netto di tutte le migliaia di sensazioni che ha portato con sè questa cosa.
La scossa delle 4 di mattina la sapete. Seguita da tutte le altre più o meno forti durante la settimana successiva. Ci eravamo rassegnati. Era successo, era un disastro, era un enorme casino e una enorme perdita, ma ci si preparava già a ritornare nelle case, nelle fabbriche, negli uffici, nei nostri letti (chi per fortuna li aveva ancora).
Il 29 maggio alle 9 invece è arrivato il tradimento. Io ero in ufficio, al primo piano, e tutto ha iniziato, ancora, a tremare. Ha tremato per un tempo incalcolabile, durante il quale io e gli altri 4 colleghi presenti siamo rimasti seduti alle scrivanie immobili a guardarci come degli stoccafissi. Io stavo arpionando il tavolo e intanto avevo gli occhi fissi sul capannone di fronte, riuscivo a pensare qualcosa del tipo “Non crollerà mica vero?”.
Finita la scossa, a quanto pare tutti si sono riversati fuori tranne noi. Sorvolerei sulla crisi di panico che mi ha colto così, senza dirmi niente, anche perchè non ricordo molto e da quello che mi hanno raccontato i colleghi è meglio così.
Ci siamo trovati tutti nel cortile, tutti con delle facce assurde, allarmi intorno che suonavano da ogni dove, e già le prime sirene in lontananza. Tutti si sono attaccati ai telefoni, ma nessuno riusciva a chiamare. In moltissimi si sono presi e sono corsi via in macchina verso i parenti, le case, gli asili e le scuole dei figli.
Noi siamo rimasti e siamo rientrati, ma la testa non era più lì. Un po’ alla volta arrivavano le notizie tragiche dalla Bassa, e poi altre scosse (due su due mentre ero in bagno), l’officina è stata chiusa immediatamente, e i responsabili del personale sono corsi nel nostro stabilimento di Soliera, che è stato danneggiato.
Un po’ alla volta gli uffici si sono svuotati, e poi è arrivato il momento della pausa pranzo. Abbiamo deciso di andare al Grandemilia, il nostro solito centro commerciale per chi non sapesse cos’è. Ci siamo detti, dai, due passi, una pizzetta, ci rilassiamo un attimo e poi vediamo cosa fare nel pomeriggio.
Già l’atmosfera era surreale. Due negozi su tre erano chiusi. Dentro, pochissima gente e un silenzio irreale. C’era solo una piccola folla a mangiare, ci siamo andati anche noi. Ed è lì che abbiamo vissuto le due scosse delle 13 e 13 e qualcosa. Un qualcosa di terribile. Tutto intorno tremava, sotto, sopra, a fianco. La gente urlava e correva, molti si sono messi sotto i tavoli. La prima ci ha ammutolito, e con le gambe ancora tremanti abbiamo sentito la seconda. Uguale, fortissima. Abbiamo preso al volo la roba da mangiare e siamo corsi fuori, nel parcheggio, lontano.
Ci siamo seduti all’ombra e abbiamo sbocconcellato qualcosa, con lo stomaco chiuso a doppia mandata. Siamo rimasti lì fermi fino alle 2, anche se saremmo dovuti rientrare alle 13.30, come sempre. Abbiamo deciso di rinunciare, di andarcene a casa. Siamo tornati in ufficio a prendere tutte le nostre cose e ce ne siamo andati, io a casa dell’Uomo.
In giro, il mondo. Per le strade, i marciapiedi, i parchi… ovunque era pieno di gente. Mai vista una cosa così. Tutti erano fuori di casa, complice una giornata climaticamente splendida tutti erano fuori e avevano già (ri)allestito tende e bivacchi vari. Nell’aria, continuamente sirene. Sirene, sirene e ancora sirene. Ambulanze ovunque, e andavano tutte nella stessa direzione.
L’Uomo è stato chiamato dall’Avis, che richiamava i donatori abituali con una certa urgenza. Siamo andati all’Avis, quindi, in un’atmosfera sempre più surreale e con una tensione nell’aria così spessa che si tagliava.
Dopo la donazione, siamo andati a casa mia, per vedere la situazione e per prendere un po’ di cose. E poi via.
Da quel momento sono stata a casa sua fino a venerdì, dormendo sul divano con un occhio e un orecchio aperti, con i vestiti addosso, la porta finestra sul giardino aperta e lì a fianco le scarpe e la borsa. E in macchina, lo Zainetto dello Sfollato, come lo chiamo io. Uno zaino con dentro un paio di cambi e un paio di coperte, che non si sa mai.
La settimana è passata così. Lavoro, casa, divano. Eravamo insieme, per fortuna. E verso venerdì, di nuovo si faceva largo un po’ di tranquillità, un pochino, non troppa. Sono tornata a casa e ho dormito nel mio letto, ci voleva.
Nel frattempo si fa quello che fanno tutti. Si guardano le immagini, si leggono le notizie, si cerca di aiutare come si può, si ascoltano le storie degli amici che dormono in tenda nel giardino, perchè in casa non ci possono tornare (e nemmeno lo vogliono).

E poi, porca di quella puttana, domenica sera di nuovo, da capo, ancora, sempre uguale, sempre fortissima.
Solo che stavolta la reazione è stata diversa, e l’ho vista anche sulle facce di tutti quelli con cui ci siamo trovati in strada in ciabatte. Rabbia, incazzo puro. Esasperazione, ma di quella cattiva, di quella che cazzo, adesso basta.
E abbiamo ricominciato a dormire sul divano. Abbiamo ricominciato a vedere quelle immagini ai telegiornali, a sentire le scosse anche quando non ci sono, a vedere gli occhi delle persone che incontri per strada che sono diversi dal solito.
Adesso non ci fidiamo più. Siamo sempre sul chi va lá, non possiamo più fidarci. Siamo tutti incollati a Twitter e Internet per seguire l’Ingv, ogni aggiornamento, da paranoia. Le persone sono esasperate, stanche, provate. E non dico noi. Dico loro, i nostri vicini di Finale, San Felice, Cavezzo, Mirandola, Rovereto, Crevalcore, Sant’Agostino, Novi…
Per chi li sente pronunciare al tiggí o negli speciali in onda tutte le ore sono solo dei nomi, ma per noi significano qualcosa. Sono i nostri posti, la nostra provincia, a ognuno di questi posti associamo un amico, un parente, una piazza, un bar, un posto di lavoro, un ricordo. Sono un pezzettino di noi, ed é un pezzettino che ora é ferito, che sanguina. Le lacrime di quelle persone sono le nostre, la loro voglia di rialzarsi é la nostra, le loro case cadute sono le nostre, questi siamo noi. Ecco com’é la questione adesso.
Ecco come sono andati questi giorni, non so se qualcuno ve lo aveva già raccontato, comunque questo é quello che succede qui. La mia versione almeno.
Coraggio Emilia, coraggio.

Stupore e… tremori

Mi tocca prendere in prestito il titolo di un best seller (stupendo) di Amélie Nothomb perchè è proprio quello di cui parlerò in questo post, anche se io mi sarei volentieri limitata agli stupori.
Partiamo proprio dallo stupore, in particolare quello di giovedì sera, la serata della presentazione degli ultimi lavori di Serena Dandini e del mio unico, grande idolo letterario: Niccolò Ammaniti.
Pensavo che sarebbe stata la Dandini a intervistarlo e invece anche lei presentava il suo libro, e praticamente è stata una esilarante chiaccherata tra loro tra citazioni, racconti e ricordi. La Serena è una vera signora, sapevatelo.
Elegante, discreta, simpatica, intelligente, ironica, poche parole dosate sempre benissimo, mai inappropriata. Stupenda, semplicemente.
Niccolò si è presentato con 4 spritz sul groppone e probabilmente con la maglietta più frusta che aveva.
Ad ogni domanda che il moderatore gli faceva parlava per 40 minuti, con il suo fare calmo e sornione, tagliente come un bisturi. Voce bassa e cadenza lenta, con un sacco di gesti di imbarazzo (si sarà strusciato la faccia almeno 200 volte) che fanno trasparire la timidezza ma nello stesso tempo anche un incasinatissimo mondo interiore che è poi quello che lui riesce a far esplodere in modo divino nei suoi libri e i suoi racconti.
E’ stato un incanto, punto. Non avevo visto molti suoi interventi, perchè i suoi libri mi piace vivermeli da sola senza sentirne parlare da altri, ma mi ha totalmente conquistata. Alla fine mi sono anche fatta convincere e sono andata a farmi firmare il libro. Non ero molto del parere perchè fosse stato per me gliene avrei fatto firmare un altro (o tutti), e non solo questo ultimo che ha presentato. Però gliel’ho chiesto, e mi ha detto che lo soddisfa autografare questo perchè racchiude un po’ tutti i suoi ultimi 20 anni, quindi pensa che lo rappresenti bene. Parole sue, e a me va benissimo così. Una serata veramente splendida… e stupefacente.

E il post si potrebbe chiudere qui. Potrei anche scriverne due, e invece no. Passiamo al discorso dei tremori.
Chevvelodicoaffà, lo sapete tutti. L’Emilia è stata ferita da un grosso, violento terremoto nella notte tra sabato e domenica. In particolare tutto si è consumato alle 4.10 circa di domenica mattina, e poi anche più o meno un’ora dopo.
E’ stato orrendo scendere dal letto che non ne voleva sapere di fermarsi, ma continuava a ondeggiare con violenza di qua e di la, è durato una ventina di secondi, ma provate a contare fino a venti e immaginate che per tutto il conteggio siate sballottati da una parte all’altra. 20 secondi sono un’eternità, credetemi.
Dopo non c’è più stato verso di dormire, e verso le 7 su Twitter sono arrivate le prime testimonianze in diretta dei disastri successi a Finale e San Felice. E poi le immagini. E poi la notizia delle persone che sono morte a Sant’Agostino. E vedere i posti che conosciamo (ma lì è dove abbiamo mangiato il tartufo.. e lì è dove siamo passati quella volta) completamente devastati. Noi non abbiamo avuto danni qui a Modena e vicinanze, ma già a Mirandola alcuni amici sono stati allontanati dalle case. E comunque vedere cosa è successo a Ferrara ha ferito tutti noi, siamo qui dietro l’angolo. Il mio capo, che è proprio di Ferrara, oggi pomeriggio è tornato a casa perchè sua mamma non può rientrare in casa dato che i muri hanno crepe talmente larghe che si vede dall’altra parte. Qui la terra continua a tremare, e per di più piove e in questi giorni fa un freddo boia. Sembra novembre. E’ tutto molto brutto e strano. Questo weekend è stato tutto strano. E’ la prima volta che succede una cosa così grossa da queste parti.
E quindi niente, tutti ci stupiamo e tutti tremiamo. Per forza.