Tempi

C’è stato un tempo in cui casa mia (o meglio, la casa in cui vivo ora, che non è tecnicamente mia) era piena di gente.
C’erano due piccoli sorprendenti esserini e tanta gente che andava e veniva, intorno a loro, e di conseguenza anche intorno a me.
C’è stato un tempo in cui per fortuna questo tempo è finito, ed è iniziato un tempo diverso. C’erano sempre gli esserini ma c’era meno gente, c’erano due ragazze che per necessità erano entrate profondamente nella nostra vita e in questo tempo abbiamo imparato ad aprire la nostra casa non più così piena di gente anche a persone nuove, persone che prima non conoscevi e che da un momento all’altro girano di giorno e di notte per casa tua in tuta e calzettoni.
C’è poi stato un tempo in cui solo una di queste ragazze ha continuato a girare per casa, e solo di giorno, ma tutti i giorni. Un tempo durato a lungo, tre anni, e durante questo tempo è inevitabilmente successo che è diventata una parte della famiglia, mentre il tempo passava, gli esserini crescevano e la sua famiglia (quella vera, la sua) si allargava.

Oggi anche questo tempo finisce. Ovviamente tutti sapevamo bene che questo giorno sarebbe arrivato ma nessuno ci è arrivato pronto. Gli esserini in questione ormai sono grandi e presto, prestissimo, tra pochi giorni inizieranno la loro nuova avventura alla scuola materna ed inizierà un nuovo tempo in cui la nostra casa, dopo più di tre anni, tornerà ad essere vuota.

Questo non toglie che in qualunque tempo vivremo, lei è stata e rimarrà sempre una parte della nostra famiglia. Se siamo riusciti a fare tutto quello che abbiamo fatto in questi tre anni è stato per la maggior parte merito suo. E’ stata ostetrica, consulente, tata, confidente, consigliera, educatrice e soprattutto Amica.
Per noi e per lei inizia un nuovo tempo, lo affronteremo entrambe, più lontane ma sempre in qualche modo vicine.

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Good Bye (and Good Luck)

E così ieri pomeriggio dal niente mi arriva questa mail.


A parte che solo tre giorni prima si dava quasi per certo che lo avremmo visto ancora in WEC l’anno prossimo, è stata una doccia fredda non da poco.
Non so bene come gestire questo post, nel senso che se lasciassi andare quello che sento adesso e lo scrivessi così come viene sembrerebbe il blog di una ragazzina invasata al pari di una directioner di oggi o delle mie amiche che all’epoca a scuola piangevano disperate perchè si erano sciolti i Take That.
Cercando di mediare tra emozione e razionalità, questo post era doveroso. Tra poche settimane Mark correrà la sua ultima gara in Bahrein, e se penso a come stavo quando ha corso in Brasile la sua ultima gara in Formula Uno, beh ecco pensare che quella invece sarà l’ultima in assoluto mi fa venir voglia di sperare che Eurosport non la trasmetta nemmeno.
So che non è niente di grave, che non è mica morto, sta benissimo, pieno di soldi e adesso si godrà la vita come un matto e che quindi non c’è niente di particolarmente triste, ma in realtà un po’ triste lo è. E’ la fine di un’epoca, che per me è inizata nel 2009, come quando nel 2013 è finita quella dove il suo nome compariva nell’elenco dei piloti nei gp di Formula Uno, ora il suo nome sparirà anche da quello del WEC. Continuerà a lavorare con la Porsche come ambasciatore (qualunque cosa voglia dire), presenzierà ad eventi pubblici e cose di marketing, forse continuerà anche a fare l’inviato in F1 per Channel 4, ma non correrà più, e a me questa cosa lascia un vuoto enorme, perchè Mark Webber per me ha sempre corso, pensare che adesso non correrà più è qualcosa che devo digerire e accettare, prima che mi possa passare la tristezza.
Mark sta per diventare un EX pilota, su Twitter e FB non si contano le persone che gli hanno fatto l’in bocca al lupo per il suo futuro e che hanno fatto sapere quanto sia stato un onore poter lavorare con lui. Mark è una persona speciale, una persona che si è fatta voler bene da tutti, perchè è schietto, sincero, intelligente e simpatico. E’ ovvio che il suo ritiro lasci un vuoto, per alcuni più di altri, per me tantissimo, e non mi interessa se è una cosa stupida, se a me la vita non cambierà, se ci sono cose più importanti a cui pensare, se magari stessimo tutti come lui. LUI, che sia sciocco o meno, è a tutti gli effetti una parte della mia vita, ed è una parte che sta per cambiare. Quindi mi riservo il diritto di essere triste e anche di lasciarmi scappare qualche lacrima, prima dell’inevitabile pianto disperato che mi aspetta al termine della 6 ore del Bahrein.
Mancherai tantissimo Mark.

Fa un po’ male

Anche se mi scoccia da morire ammetterlo è così, un pochino fa male.
Vedo le foto che imposti come profile pic su Whatsapp, è da quelle che so cosa fai e cosa ti è successo, perchè non ci siamo più sentite e anche quando lo abbiamo fatto tu non mi hai detto nulla.
So che hai una bambina, come avevi sempre sognato. So che le avete dato il nome che avevate in mente quando ne parlavate al mare chiacchierando del più e del meno. So che ha compiuto un anno in questi giorni. So che ti sei trasferita in fondo all’Italia a casa sua, che hai lasciato il lavoro, non ho capito se ti sei sposata o no.
Ma tutte queste cose non me le hai dette tu. Hai smesso di dirmele quando al settimo mese della mia gravidanza, ti ho spiegato via mail (l’unico modo in cui ti sentivo ultimamente) perchè mi avevi deluso e perchè non ti cercavo più. Perchè dopo 7 anni di amicizia intensa, di telefonate eterne, di lacrime che ti ho visto versare per persone che non ne meritavano manco mezza, dopo nottate passate sul tuo balcone a parlare e fumare fino alle prime luci dell’alba, dopo lavori cambiati, storie finite, shopping selvaggi, regali che ci hanno toccato il cuore, dopo 7 anni di interconnessione profonda, nel momento in cui ho avuto davvero bisogno di te, sei sparita dalla mia vita. Eri presa dalla tua nuova storia, una cosa bellissima, che ti aveva cambiato la vita e reso felice. Ma io ero ancora lì, in attesa dei miei due bambini, ferma a letto per gravi problemi, a casa da sola, e ti ho chiesto di venirmi a trovare, perchè non ti vedevo da quella sera di novembre in cui durante il nostro solito aperitivo ti avevo detto che saresti diventata zia. E quella, poi, è stata l’ultima volta che ti ho vista.
Di persona almeno. Ti vedo nelle foto che metti su Whatsapp, e solo lì, con in braccio la tua bimba e penso che non me l’hai neanche detto. Quando ci siamo sentite l’ultima volta i miei bimbi avevano 3 mesi e ti ho mandato una loro foto. Tu eri già incinta e non me l’hai detto. Ti sei allontanata, ma se lo avessi voluto questa cosa ci avrebbe potuto riavvicinare, avremmo potuto condividere questa esperienza, anche se a distanza visto che ora vivi a 1200 km da qui, ma dopo tutto le cazzate che abbiamo condiviso insieme, la cosa più importante della nostra vita non la abbiamo condivisa. Non solo. Non hai nemmeno voluto che io lo sapessi.
E allora sì, sento un po’ di male. Perchè è vero, sono arrabbiata con te, molto arrabbiata, penso che sei stata egoista e sento di essere contata zero nonostante io per te ci sia sempre stata. Perchè penso che mi dicevi che saremmo state due arzille vecchiette insieme ancora a fumare e sparare cazzate su un balcone fino mattina, e invece non sarà così. Sono molto arrabbiata e delusa.
E poi guardo le tue foto e so che sei felice come non lo sei mai stata prima, so che hai realizzato tutti i sogni che avevi e anche alcuni che non avevi nemmeno il coraggio di avere per quanto belli e impossibili, e invece ce l’hai fatta. Hai avuto tutto quello che desideravi e io, nonostante la rabbia e la delusione, sono profondamente e intimamente felice per te, perchè ti conosco e so che te lo meriti. Mi dispiace, davvero tanto, di non far parte della tua conquistata felicità. Sì, questo mi fa un po’ male.

I giorni più lunghi

E’ un po’ che ho questo post in canna, ma non ero ancora pronta per scriverlo. O meglio, le occasioni ci sono state ma poi sono cambiate, tornate uguali, cambiate ancora, e poi ancora, e ..
Vabbè, ci siamo capiti. Vi avevo già parlato del terremoto, come tutti del resto. Il fatto è che speravo di poter fare un bel post a posteriori (e scusate il gioco di parole), comunque a freddo e una volta che fosse tutto passato.
Il problema però è che qui non passa mai, non siamo ancora al “dopo”, siamo ancora (o perlomeno io mi ci sento) nel “durante”.
Però vi voglio raccontare lo stesso cosa è successo, che poi in realtà più che raccontarlo a qualcuno serve a me, perchè lo voglio ricordare, al netto di tutte le migliaia di sensazioni che ha portato con sè questa cosa.
La scossa delle 4 di mattina la sapete. Seguita da tutte le altre più o meno forti durante la settimana successiva. Ci eravamo rassegnati. Era successo, era un disastro, era un enorme casino e una enorme perdita, ma ci si preparava già a ritornare nelle case, nelle fabbriche, negli uffici, nei nostri letti (chi per fortuna li aveva ancora).
Il 29 maggio alle 9 invece è arrivato il tradimento. Io ero in ufficio, al primo piano, e tutto ha iniziato, ancora, a tremare. Ha tremato per un tempo incalcolabile, durante il quale io e gli altri 4 colleghi presenti siamo rimasti seduti alle scrivanie immobili a guardarci come degli stoccafissi. Io stavo arpionando il tavolo e intanto avevo gli occhi fissi sul capannone di fronte, riuscivo a pensare qualcosa del tipo “Non crollerà mica vero?”.
Finita la scossa, a quanto pare tutti si sono riversati fuori tranne noi. Sorvolerei sulla crisi di panico che mi ha colto così, senza dirmi niente, anche perchè non ricordo molto e da quello che mi hanno raccontato i colleghi è meglio così.
Ci siamo trovati tutti nel cortile, tutti con delle facce assurde, allarmi intorno che suonavano da ogni dove, e già le prime sirene in lontananza. Tutti si sono attaccati ai telefoni, ma nessuno riusciva a chiamare. In moltissimi si sono presi e sono corsi via in macchina verso i parenti, le case, gli asili e le scuole dei figli.
Noi siamo rimasti e siamo rientrati, ma la testa non era più lì. Un po’ alla volta arrivavano le notizie tragiche dalla Bassa, e poi altre scosse (due su due mentre ero in bagno), l’officina è stata chiusa immediatamente, e i responsabili del personale sono corsi nel nostro stabilimento di Soliera, che è stato danneggiato.
Un po’ alla volta gli uffici si sono svuotati, e poi è arrivato il momento della pausa pranzo. Abbiamo deciso di andare al Grandemilia, il nostro solito centro commerciale per chi non sapesse cos’è. Ci siamo detti, dai, due passi, una pizzetta, ci rilassiamo un attimo e poi vediamo cosa fare nel pomeriggio.
Già l’atmosfera era surreale. Due negozi su tre erano chiusi. Dentro, pochissima gente e un silenzio irreale. C’era solo una piccola folla a mangiare, ci siamo andati anche noi. Ed è lì che abbiamo vissuto le due scosse delle 13 e 13 e qualcosa. Un qualcosa di terribile. Tutto intorno tremava, sotto, sopra, a fianco. La gente urlava e correva, molti si sono messi sotto i tavoli. La prima ci ha ammutolito, e con le gambe ancora tremanti abbiamo sentito la seconda. Uguale, fortissima. Abbiamo preso al volo la roba da mangiare e siamo corsi fuori, nel parcheggio, lontano.
Ci siamo seduti all’ombra e abbiamo sbocconcellato qualcosa, con lo stomaco chiuso a doppia mandata. Siamo rimasti lì fermi fino alle 2, anche se saremmo dovuti rientrare alle 13.30, come sempre. Abbiamo deciso di rinunciare, di andarcene a casa. Siamo tornati in ufficio a prendere tutte le nostre cose e ce ne siamo andati, io a casa dell’Uomo.
In giro, il mondo. Per le strade, i marciapiedi, i parchi… ovunque era pieno di gente. Mai vista una cosa così. Tutti erano fuori di casa, complice una giornata climaticamente splendida tutti erano fuori e avevano già (ri)allestito tende e bivacchi vari. Nell’aria, continuamente sirene. Sirene, sirene e ancora sirene. Ambulanze ovunque, e andavano tutte nella stessa direzione.
L’Uomo è stato chiamato dall’Avis, che richiamava i donatori abituali con una certa urgenza. Siamo andati all’Avis, quindi, in un’atmosfera sempre più surreale e con una tensione nell’aria così spessa che si tagliava.
Dopo la donazione, siamo andati a casa mia, per vedere la situazione e per prendere un po’ di cose. E poi via.
Da quel momento sono stata a casa sua fino a venerdì, dormendo sul divano con un occhio e un orecchio aperti, con i vestiti addosso, la porta finestra sul giardino aperta e lì a fianco le scarpe e la borsa. E in macchina, lo Zainetto dello Sfollato, come lo chiamo io. Uno zaino con dentro un paio di cambi e un paio di coperte, che non si sa mai.
La settimana è passata così. Lavoro, casa, divano. Eravamo insieme, per fortuna. E verso venerdì, di nuovo si faceva largo un po’ di tranquillità, un pochino, non troppa. Sono tornata a casa e ho dormito nel mio letto, ci voleva.
Nel frattempo si fa quello che fanno tutti. Si guardano le immagini, si leggono le notizie, si cerca di aiutare come si può, si ascoltano le storie degli amici che dormono in tenda nel giardino, perchè in casa non ci possono tornare (e nemmeno lo vogliono).

E poi, porca di quella puttana, domenica sera di nuovo, da capo, ancora, sempre uguale, sempre fortissima.
Solo che stavolta la reazione è stata diversa, e l’ho vista anche sulle facce di tutti quelli con cui ci siamo trovati in strada in ciabatte. Rabbia, incazzo puro. Esasperazione, ma di quella cattiva, di quella che cazzo, adesso basta.
E abbiamo ricominciato a dormire sul divano. Abbiamo ricominciato a vedere quelle immagini ai telegiornali, a sentire le scosse anche quando non ci sono, a vedere gli occhi delle persone che incontri per strada che sono diversi dal solito.
Adesso non ci fidiamo più. Siamo sempre sul chi va lá, non possiamo più fidarci. Siamo tutti incollati a Twitter e Internet per seguire l’Ingv, ogni aggiornamento, da paranoia. Le persone sono esasperate, stanche, provate. E non dico noi. Dico loro, i nostri vicini di Finale, San Felice, Cavezzo, Mirandola, Rovereto, Crevalcore, Sant’Agostino, Novi…
Per chi li sente pronunciare al tiggí o negli speciali in onda tutte le ore sono solo dei nomi, ma per noi significano qualcosa. Sono i nostri posti, la nostra provincia, a ognuno di questi posti associamo un amico, un parente, una piazza, un bar, un posto di lavoro, un ricordo. Sono un pezzettino di noi, ed é un pezzettino che ora é ferito, che sanguina. Le lacrime di quelle persone sono le nostre, la loro voglia di rialzarsi é la nostra, le loro case cadute sono le nostre, questi siamo noi. Ecco com’é la questione adesso.
Ecco come sono andati questi giorni, non so se qualcuno ve lo aveva già raccontato, comunque questo é quello che succede qui. La mia versione almeno.
Coraggio Emilia, coraggio.

Stupore e… tremori

Mi tocca prendere in prestito il titolo di un best seller (stupendo) di Amélie Nothomb perchè è proprio quello di cui parlerò in questo post, anche se io mi sarei volentieri limitata agli stupori.
Partiamo proprio dallo stupore, in particolare quello di giovedì sera, la serata della presentazione degli ultimi lavori di Serena Dandini e del mio unico, grande idolo letterario: Niccolò Ammaniti.
Pensavo che sarebbe stata la Dandini a intervistarlo e invece anche lei presentava il suo libro, e praticamente è stata una esilarante chiaccherata tra loro tra citazioni, racconti e ricordi. La Serena è una vera signora, sapevatelo.
Elegante, discreta, simpatica, intelligente, ironica, poche parole dosate sempre benissimo, mai inappropriata. Stupenda, semplicemente.
Niccolò si è presentato con 4 spritz sul groppone e probabilmente con la maglietta più frusta che aveva.
Ad ogni domanda che il moderatore gli faceva parlava per 40 minuti, con il suo fare calmo e sornione, tagliente come un bisturi. Voce bassa e cadenza lenta, con un sacco di gesti di imbarazzo (si sarà strusciato la faccia almeno 200 volte) che fanno trasparire la timidezza ma nello stesso tempo anche un incasinatissimo mondo interiore che è poi quello che lui riesce a far esplodere in modo divino nei suoi libri e i suoi racconti.
E’ stato un incanto, punto. Non avevo visto molti suoi interventi, perchè i suoi libri mi piace vivermeli da sola senza sentirne parlare da altri, ma mi ha totalmente conquistata. Alla fine mi sono anche fatta convincere e sono andata a farmi firmare il libro. Non ero molto del parere perchè fosse stato per me gliene avrei fatto firmare un altro (o tutti), e non solo questo ultimo che ha presentato. Però gliel’ho chiesto, e mi ha detto che lo soddisfa autografare questo perchè racchiude un po’ tutti i suoi ultimi 20 anni, quindi pensa che lo rappresenti bene. Parole sue, e a me va benissimo così. Una serata veramente splendida… e stupefacente.

E il post si potrebbe chiudere qui. Potrei anche scriverne due, e invece no. Passiamo al discorso dei tremori.
Chevvelodicoaffà, lo sapete tutti. L’Emilia è stata ferita da un grosso, violento terremoto nella notte tra sabato e domenica. In particolare tutto si è consumato alle 4.10 circa di domenica mattina, e poi anche più o meno un’ora dopo.
E’ stato orrendo scendere dal letto che non ne voleva sapere di fermarsi, ma continuava a ondeggiare con violenza di qua e di la, è durato una ventina di secondi, ma provate a contare fino a venti e immaginate che per tutto il conteggio siate sballottati da una parte all’altra. 20 secondi sono un’eternità, credetemi.
Dopo non c’è più stato verso di dormire, e verso le 7 su Twitter sono arrivate le prime testimonianze in diretta dei disastri successi a Finale e San Felice. E poi le immagini. E poi la notizia delle persone che sono morte a Sant’Agostino. E vedere i posti che conosciamo (ma lì è dove abbiamo mangiato il tartufo.. e lì è dove siamo passati quella volta) completamente devastati. Noi non abbiamo avuto danni qui a Modena e vicinanze, ma già a Mirandola alcuni amici sono stati allontanati dalle case. E comunque vedere cosa è successo a Ferrara ha ferito tutti noi, siamo qui dietro l’angolo. Il mio capo, che è proprio di Ferrara, oggi pomeriggio è tornato a casa perchè sua mamma non può rientrare in casa dato che i muri hanno crepe talmente larghe che si vede dall’altra parte. Qui la terra continua a tremare, e per di più piove e in questi giorni fa un freddo boia. Sembra novembre. E’ tutto molto brutto e strano. Questo weekend è stato tutto strano. E’ la prima volta che succede una cosa così grossa da queste parti.
E quindi niente, tutti ci stupiamo e tutti tremiamo. Per forza.